Scale a gabbia per accesso in quota: quanto siamo davvero in sicurezza?

Chi ricopre il ruolo di RSPP o Responsabile della Manutenzione si trova quotidianamente a gestire l’accesso e la manutenzione di impianti in copertura o soppalchi in quota. Molto spesso, il transito verso queste zone avviene tramite scale fisse a pioli provviste di gabbia di protezione (le cosiddette scale a gabbia).

Ma quanto è realmente sicuro questo sistema di accesso?

La supposizione che la presenza della gabbia escluda o riduca a zero il rischio di caduta dall’alto, in particolare se le attività si svolgono a quote ridotte, non è corretta ed è frutto di una valutazione superficiale.

Problemi e soluzioni

Problema: la gabbia di protezione non elimina il rischio di caduta

La gabbia di protezione è un sistema di protezione collettiva che previene la precipitazione diretta nel vuoto all’indietro, ma non impedisce la caduta verticale. Un operatore che perde la presa sui pioli cadrà comunque verso il basso.

Durante la scivolata verticale, il corpo del lavoratore rimbalza ripetutamente contro i cerchi metallici della struttura e i pioli sottostanti.

I rischi reali e documentati sul campo comprendono:

  • – Traumi da impatto violento: Fratture multiple degli arti, traumi cranici e facciali devastanti causati dall’urto contro le barre di ferro durante la discesa.
  • – Lesioni interne e da schiacciamento: Gravi contusioni toraciche e addominali provocate dall’incastro forzato del corpo tra la scala e i cerchi della gabbia.
  • – Incastro e ostacolo ai soccorsi: Molto spesso l’operatore privo di sensi o gravemente ferito rimane incastrato a mezza altezza dentro la gabbia. Questa condizione rende le manovre di evacuazione e calata estremamente complesse per i soccorritori, dilatando i tempi d’intervento.

Soluzione: progettare e verificare le scale secondo lo stato dell’arte

Quando si progetta, si installa o si verifica una scala fissa, non basta limitarsi ai requisiti minimi geometrici dell’Art. 113 del D.Lgs. 81/08.

È necessario integrare la valutazione dello stato dell’arte seguendo le specifiche norme tecniche applicabili a seconda del contesto:

  • – UNI EN ISO 14122-4 (Accesso ai macchinari o linee industriali)
  • – UNI 11962 (Accesso a edifici, tetti e infrastrutture civili)

Problema: il rischio deve essere valutato anche sotto i due metri

Il D.Lgs. 81/08 definisce formalmente il “lavoro in quota” come l’attività che espone il lavoratore a un rischio di caduta da una quota superiore a 2 metri rispetto a un piano stabile.

Tuttavia, la giurisprudenza e le linee guida ATS ci ricordano un principio cardine: il rischio di caduta, ove presente, va sempre valutato, indipendentemente dall’altezza.

Anche se l’accesso all’impianto o il primo tratto della scala si trovano al di sotto dei due metri, permangono l’obbligo di analizzare le condizioni operative e la necessità di individuare adeguate misure tecniche, organizzative e procedurali per prevenire gli infortuni.

Il DVR aziendale deve sempre mappare queste attrezzature, descrivendone l’utilizzo reale e il livello di rischio effettivo.

Soluzione: garantire uno sbarco realmente sicuro

L’Art. 111, comma 3 del D.Lgs. 81/08 impone di selezionare le attrezzature di lavoro più idonee a garantire condizioni sicure, dando priorità assoluta alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali.

Quando si utilizza una scala fissa, lo sbarco rappresenta uno dei momenti più precari.

La scala deve sporgere di almeno 1 metro oltre il livello di sbarco per garantire una presa sicura prima che l’operatore si scolleghi o metta piede sul piano stabile.

Tuttavia, una scala a gabbia a norma è inutile se, una volta sbarcati sulla copertura, il sistema di protezione successivo è carente.

Diventa quindi obbligatorio verificare che:

  • – la copertura sia dotata di adeguate linee vita (sistemi ad ancoraggio flessibile o rigido conformi alla norma UNI EN 795 e UNI 11578) o parapetti permanenti;
  • – i sistemi di ancoraggio in quota siano stati sottoposti a ispezione periodica regolare (in genere annuale o secondo le indicazioni del fabbricante e i regolamenti regionali). Si raccomanda di non permettere mai l’accesso se manca il registro dei controlli aggiornato o se la linea vita non è stata verificata da un tecnico abilitato;
  • – i sistemi di connessione, cordini di posizionamento e gli assorbitori di energia in dotazione ai lavoratori siano compatibili con il tirante d’aria effettivo calcolato sulla specifica copertura (fare riferimento allo specifico fascicolo tecnico della copertura).

Problema: il lavoro in solitaria aumenta il rischio

Un altro aspetto critico che spesso sfugge nelle procedure di sicurezza è la gestione del lavoro in solitaria e dell’emergenza.

In caso di caduta o malore con sospensione inerte nell’imbracatura, il lavoratore rischia lo sviluppo rapido della sindrome da imbraco (alterazioni circolatorie che possono risultare fatali in pochissimi minuti per insufficienza cardiocircolatoria e ischemia cerebrale).

Soluzione: pianificare il recupero prima dell’intervento

Diventa quindi fondamentale:

  • pianificare la presenza di un secondo operatore a terra o in quota adeguatamente addestrato;
  • – definire e testare procedure di recupero e primo soccorso rapidi per estrarre l’operatore dalla gabbia o dalla copertura;
  • – garantire un sistema di comunicazione dell’emergenza sicuro ed efficiente.
 

Conclusioni

La conformità formale e sostanziale delle scale fisse, dei sistemi anticaduta e l’accesso agli impianti non ammettono lacune documentali o procedurali.

Si raccomanda di verificare, nelle procedure di sicurezza vigenti in sito e nel Documento di Valutazione dei Rischi, se l’uso delle scale a gabbia e lo sbarco su tetti e soppalchi rispettino l’evoluzione dello stato dell’arte imposto dalle ultime norme tecniche e dagli obblighi di verifica periodica.

Categorie